La Disciplina

Qigong e Taijiquan

La cura di sé stessi e della relazione

Qigong: il lavoro sull’Energia Vitale

Le radici del Qigong (detto anche Chi Kung, secondo una diversa traslitterazione fonetica) affondano nei primordi della Medicina Tradizionale Cinese (MTC), collocandosi oltre i 4000 anni fa. Anche se non è chiaro quanto la disciplina fosse già strutturata a quel tempo, il Qigong era già ben caratterizzato come una pratica corporea in cui una serie di esercizi statici (o semi-statici) e dinamici sono svolti con particolare attenzione alla consapevolizzazione dell’insieme unitario corpo-mente, o più propriamente corpo-Shen, dove con Shen si intende l’entità coscienziale precorritrice della mente, si potrebbe dire la “madre della mente”. Uno dei mezzi principali attraverso cui questo avviene è la cura della “respirazione”, il cui significato risulta sempre più ampio e profondo, quindi globale e “interno” (in relazione a organi e tessuti), con lo svilupparsi dell’esperienza e della consapevolezza sia nei confronti di sé stessi che verso la pratica stessa.

Il Qigong permette così di lavorare sul proprio “Essere” nella sua interezza: materia, energia e informazione, manifestati nell’unità coscienziale della meditazione.

Da ciò risulta, fin dalle prime sessioni di pratica, una progressiva, profonda e minuziosa ristrutturazione a livello corporeo, in termini di equilibrio, postura, mobilità osteoarticolare, flessibilità, efficienza motoria, regolazione del movimento e percettività sensoriale. Tuttavia, tale lavoro sulla fisicità “esterna”, per quanto funzionale e anzi essenziale allo sviluppo della pratica, non è che un passaggio verso la vera espressione della disciplina. 

Esso permette gradualmente di favorire quello che semplicisticamente si può chiamare “sblocco interno”: secondo la concezione della Medicina Tradizionale Cinese, in termini molto semplificati, si ottiene il “riempimento” delle zone in cui il cosiddetto “Qi”, il “Soffio Vitale”, risulta disperso, rarefatto, e lo “sblocco” in quelle zone in cui lo stesso Qi risulta invece stagnante e bloccato. Risulta così ripristinato l’equilibrio tra “Yin” e “Yang”, i due principi rappresentativi dell’interconnessione degli opposti della filosofia Taoista. Tutto ciò, a sua volta, favorisce il ripristino e il potenziamento della funzionalità di organi e tessuti. Ma non finisce qui.

Il lavoro sulla coscienza, veicolato attraverso il corpo, porta a nuovi livelli di consapevolezza psico-fisica, i quali permettono ulteriore “sblocco esterno”, rendendo sempre più chiara l’illusorietà delle distinzioni dualistiche “interno-esterno” e “corpo-mente” o “corpo-Shen”. Esse risultano comunque funzionali in ottica divulgativa, didattica e nello sviluppo del percorso, andando a soddisfare il desiderio di controllo della mente razionale-intellettuale.

A tal punto, il processo si può ripetere e autosostenere, amplificandosi sempre più: i risultati fisici incrementano, si consolidano e stabilizzano, la consapevolezza coscienziale cambia la percezione di sé stessi, dell’ambiente, della relazione con esso e di tutte le possibili interazioni, superando l’immaginazione.

Taijiquan: l’equilibrata “lotta” tra lo Yin e lo Yang

Il Taijiquan (detto anche Tai Chi Chuan, secondo una diversa traslitterazione fonetica) nasce, secondo la leggenda, sulle pendici del monte Wudang, nella provincia di Hubei, in Cina, all’inizio del secondo millennio (~1200 d.C.), ad opera del leggendario monaco taoista e artista marziale Zhang San Feng,

Secondo la leggenda, Zhang San Feng, all’inizio della storia, era già un artista marziale di altissimo livello, un Maestro di Kung Fu di riconosciuta fama. Volendo raggiungere livelli di eccellenza ancora maggiori, decise di ritirarsi in monastero e intraprendere una via di profonda ricerca, dedicandosi allo studio della filosofia Taoista, della Medicina Tradizionale Cinese e del Qigong, divenendo un esperto di alchimia interna.

La leggenda racconta che un giorno, mentre il monaco stava passeggiando lungo un sentiero, si imbatté nella lotta tra una gru e un serpente, rimanendone profondamente colpito e ispirato. Era colpito dalla capacità del serpente di penetrare la difesa avversaria e schivare i colpi senza opporre resistenza ma sfruttando la morbidezza e la direzionalità del proprio corpo, mentre al tempo stesso, analogamente la gru gli teneva testa grazie alla rotondità e pienezza della propria postura e delle proprie ali, senza contrapporsi direttamente e aspramente.

Questa scena ispirò il monaco nella creazione di una nuova disciplina, un’arte marziale “interna”, nella quale cioè la potenza delle azioni non scaturisse dall’esasperato perfezionamento di tecnica ed equilibrio, e dal rafforzamento muscolare, come avviene nelle arti marziali “esterne” (Kungfu, Jujitsu, …), bensì traesse la propria efficacia dallo sviluppo e dall’equilibrio del Qì all’interno del corpo, nonché dal raffinamento di quegli aspetti della consapevolezza coscienziale che egli aveva approfondito attraverso il Qigong.

Zhang San Feng creò così una forma estremamente raffinata di arte marziale e al tempo stesso di Qigong, basata sui principi di equilibrio tra Yin e Yang all’interno del “Wuji”, cioè del Vuoto Infinito (o Vuoto Primordiale), che costituiscono il concetto del Taiji (rappresentato dal simbolo in figura), tradotto come il “Supremo Ultimo” o l’“Assoluto” e inteso come “ordine supremo” sottendente tutto l’equilibrio naturale delle cose. Tale arte prese il nome di Taijiquan (o Tai Chi Chuan), dove “quan” (o Chuan) significa “lotta” o “combattimento”, ma non nel senso contrappositivo del termine, bensì in senso relazionale, armonico e inclusivo. 

Nel corso dei secoli, il Taijiquan si è sviluppato secondo molti percorsi ed evoluzioni diverse, ad opera di vari maestri e famiglie di maestri, il che rende il panorama moderno di tale disciplina estremamente ampio e variegato.

Simbolo del Taiji (太极图). Esso rappresenta il vero significato del termine "Taiji", l'Equilibrio tra Yin e Yang, all'interno del cerchio "vuoto" del Wuji (无极), rappresentazione del Vuoto Universale o Primordiale.
Rappresentazione pittorica del concetto di Taiji (o Taichi, secondo una diversa traslitterazione fonetica), lo Yin (nero o blu) e lo Yang (bianco o rosso) si compenetrano armonicamente all’interno del Wuji (il Vuoto Infinito, rappresentato dal cerchio esterno).

Come il simbolo chiaramente ispira, l’elemento essenziale costitutivo del Taijiquan è la “relazione”: tutti i principi del Qigong trovano massima e più raffinata espressione nell’interazione con un altro individuo, favorendo sia la propriocezione che la percezione dell’altro, su tutti i livelli su cui il Qigong stesso lavora, quindi fisico, energetico e coscienziale. Il risultato è uno sviluppo ancora più amplificato di tutti i benefici del Qigong originario con l’aggiunta di un profondo lavoro sulla relazione.

Il Taijiquan in pratica: non è solo lento

Nel Taijiquan, si studiano inizialmente delle sequenze di movimenti (dette “forme”, a mani nude o con l’impiego di armi, come spada, sciabola, bastone, ecc), praticate a vuoto, cioè senza compagno, e scomponibili in singole serie di “fotogrammi”, nei quali ogni singola posizione e movimento costituiscono veri e propri esercizi di Qigong, Alcuni specifici principi, detti “principi interni”, propri dell’origine più esoterica della disciplina, le conferiscono il suo vero significato e le sue vere efficacia e potenza. Attraverso lo sviluppo di tali principi, la pratica tende sempre più a una vera e propria forma di meditazione in movimento

È l’approfondimento di tutti questi ingredienti il motivo per cui la pratica richiede, in fase di studio e allenamento, un’estrema lentezza: la cura di tutti gli aspetti formali esterni e il lavoro di raffinamento di tutti i principi interni richiede tempo, presenza, centratura, che un’esecuzione rapida renderebbe assai più difficoltosi. Ciononostante, con lo sviluppo della pratica, progressivamente si tende a movimenti sempre più veloci ed efficienti, le sequenze applicative risultano sempre più rapide ed efficaci, in quanto sempre più generate e sostenute dall’”interno” e dall’energia vitale (Qi).

L’esperienza dell’allenamento individuale trova quindi trasposizione nelle tecniche in coppia, nelle quali si realizza la vera pratica del Taijiquan: l’interazione con il compagno di pratica aiuta entrambi nella percezione di sé stessi e delle proprie condizioni, così come si acuisce sempre più la sensibilità verso l’altro, con tutte le sue peculiarità, e verso le dinamiche più profonde dell’interazione stessa.

Attraverso la relazione con il compagno di pratica, si consolidano anche gli aspetti più applicativi e combattivi, i quali prima di tutto conferiscono alla pratica ancora più dinamismo e divertimento, e sul lungo periodo risultano anche estremamente efficaci. Piano piano, l’efficacia marziale-combattiva del Taijiquan può risultare persino superiore a quella ottenibile con la pratica delle arti marziali esterne. Tuttavia, il tempo e l’impegno necessario a questo livello di approfondimento sono tali per cui il Taijiquan non risulta una disciplina adatta allo sviluppo di tecniche di autodifesa in tempi brevi.

Il Taijiquan delle origini nella modernità

Nel corso dei millenni e ancora più negli ultimi secoli e decenni, le tante deviazioni e contaminazioni che tali discipline hanno subito, soprattutto per i fini della loro “commercializzazione”, sia nei luoghi di origine che nella loro diffusione in occidente, hanno fatto sì che le pratiche più tradizionali ed “esoteriche” (dette così perché di esse esistono pochissime o nessuna fonte scritta, filmata o registrata su qualsivoglia supporto) siano rimaste appannaggio delle pochissime scuole e i pochissimi maestri tradizionali originari rimasti e dei loro discepoli. Ciò comportando anche la diffusione di molti malintesi ed errate interpretazioni, i quali, assieme a vere e proprio forme di opposizione, boicottaggio e repressione, hanno contribuito a limitare la diffusione di queste discipline.

Nel particolare periodo storico che stiamo attraversando, l’importanza di un adeguato lavoro sul proprio Essere sta avendo una crescita esponenziale, e concordemente il tipo di strumenti qui trattati risultano alleati sempre più preziosi, da esplorare ed approfondire più possibile.

È essenziale prendere coscienza del proprio corpo, del proprio stato di salute e del significato stesso di salute e benessere, nell’integrazione psico-fisica, rimparando a percepire come unitario ciò che normalmente si è portati a vedere e vivere come duale.

Il Taijiquan non è una ginnastica dolce

Si tratta di un lungo percorso, in cui ogni singolo passo è significativo. Inizialmente si riapprendono le attività motorie di base, quelle che si danno normalmente per scontate, ma che non lo sono affatto: stare in piedi, camminare, orientare il corpo nello spazio, ecc, fino ad indirizzarsi verso un profondo lavoro meditativo di consapevolezza e ristrutturazione del proprio Essere. Ciò comporta anche una completa riformulazione e reinterpretazione dei personali concetti di “benessere” e cura di sé stessi e della propria salute. È incluso, in qualche modo, anche l’aspetto cosiddetto “spirituale”, ma esso è completamente lasciato allo sviluppo individuale, se, quando e come si presenta nel praticante quel tipo di consapevolezza e intenzione.

Allo stesso tempo, si tratta di un lavoro profondamente “marziale”, riferendosi al senso di disciplina ed equilibrio. L’aspetto primario della pratica artistica marziale è rappresentato dal raffinato lavoro sulla relazione con l’altro, cioè sull’ascolto reciproco e sull’ascolto di sé stessi in relazione all’altro.

In ciò ha un ruolo fondamentale anche l’approfondimento dell’efficacia combattiva delle posizioni e dei movimenti che si studiano. Tuttavia siccome alla base c’è sempre il lavoro sull’Energia Interna (Qigong), anche questa parte assume un significato del tutto diverso da quello che siamo abituati a vedere nelle discipline marziali cosiddette “esterne”, in quanto anche l’efficacia combattiva deriva da una attivazione e da un movimento “interni”.

Questo è un altro aspetto estremamente difficile da far passare, perché normalmente molto lontano dall’esperienza comune. Curando la qualità di ciò che si fa, non solo l’obiettivo, quando si riesce a far funzionare l’interno la differenza risulta incredibile. Sono però richiesti impegno, costanza e pazienza. In sostanza occorre volersi mettere in gioco e non aspettare che la soluzione venga dall’esterno.

Concludendo: il lavoro sul corpo è la chiave

Nella pratica del Qigong e del Taijiquan molteplici aspetti e benefici confluiscono nella medesima pratica e nel medesimo percorso, tra cui la cura di sé stessi in senso globale, fisico, energetico ed eventualmente spirituale, la cura della relazione e dell’ascolto, la disciplina e le capacità artistiche marziali.

È possibile ritrovare la connessione con sé stessi, con gli altri e con tutto ciò che ci circonda, riappropriandosi di una consapevole percezione del proprio Essere e della continuità di un “tutto” unificato. 

Da ciò deriva anche lo sviluppo di capacità comunicative molto più significative e profonde, quindi anche la possibilità di instaurare rapporti di più elevata qualità. Questo include tutti i tipi di contesto, anche quello più intimo, dando un senso completamente diverso anche al contatto e alla sessualità.

La pratica del Taijiquan, e più in generale del Qigong, risulta di grande beneficio anche all’approfondimento e raffinamento di molte altre attività, siano esse sportive, artistiche o artigianali, ma anche lavorative, grazie all’accrescimento della consapevolezza del proprio corpo e delle proprie percezioni, del progressivo sviluppo della capacità di “vedere”, nel senso più ampio del termine, e di entrare in contatto con gli altri esseri viventi, con gli ambienti e con le situazioni.

Qigong e Taijiquan racchiudono veramente tanti aspetti che più si approfondiscono e più diventano un percorso di vita…

International Tai Chi Chuan Association (ITCCA) - The Original Yang Style™®

Per maggiori informazioni sul programma di insegnamento
ITCCA Centro Italia: https://www.itccacentro.it